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Quando eravamo (vice)re

Cominciamo con una data. 5 maggio 2002.
E fin qui è facile. Roma, lo stadio Olimpico, la doppietta di Poborsky, le lacrime di Ronaldo. Lazio-Inter 4-2, lo scudetto che prende la via di Torino. L’ultimo e il peggiore di una lunga serie di psicodrammi che vede protagonista l’FC Internazionale a cavallo tra i due millenni. Il “Non vincete mai” sintetizzato in novanta minuti.
Eppure in quello stesso anno, in quegli stessi giorni, ci fu chi riuscì a fare peggio. Molto peggio.

«No, zi’, un’altra volta il cinque maggio no, dai!»

Circa 1400 chilometri più a nord di Roma, nel nord-ovest della Germania, più precisamente nel Land Nordrhein-Westfalen, sorge una città di medie dimensioni che si chiama Leverkusen. Incastrata tra Dusseldorf e Colonia, nessuno si sarebbe accorto di lei se non fosse che a fine Ottocento la casa farmaceutica Bayer decise di trasferire lì armi, bagagli e brevetti (Aspirina, anyone?). Assieme alla fabbrica, la Bayer portò in dote anche la sua squadra di calcio nata come dopolavoro aziendale. Nacque così il Bayer 04 Leverkusen Fussball.

(Prima sostanziale differenza tra FC Internazionale e Bayer 04 Leverkusen: i colori sociali. Si sa, il destino è cinico, baro e dotato di un perverso senso dell’umorismo, di conseguenza il Bayer Leverkusen gioca in rossonero.)

Nella sua storia, il Bayer Leverkusen ha messo in bacheca due titoli importanti: il primo è la Coppa UEFA del 1988, conquistata in finale ai rigori dopo una grande rimonta sull’Espanyol che aveva vinto 3-0 l’andata al Sarriá. Il secondo titolo è la Coppa di Germania del 1993, vinta con il gol di Ulf Kirsten, contro l’Hertha Berlino.
TRIVIA. Ulf Kirsten è altresì noto come “il bomber della riunificazione”, poiché collezionò 100 presenze in nazionale, quasi chirurgicamente divise a metà: 49 con la Germania Est, 51 con la Germania e basta.

In un minuto e mezzo, The final countdown e We are the champions inframmezzati da una pomposa voce in tedesco. Leni Riefensthal odia ancora. 

Altri risultati degni di nota fino al 2002? Tre secondi posti in quattro anni in Bundesliga, l’ultimo dei quali nel 2000. All’ultima giornata bastava un pareggio: fu sconfitta con due gol di scarto. Hector Cuper non ha inventato niente.
Quel Bayer Leverkusen era allenato da tale Cristoph Daum, che a fine stagione era destinato alla panchina della nazionale e invece fu travolto da uno scandalo legato alla sua dipendenza dalla cocaina e venne licenziato con disonore. Al suo posto, il vecchio leone del calcio tedesco Berti Vogts, che conduce le Aspirine lungo l’interlocutoria stagione 2000-2001.

Si giunge così al 2001-2002. Senza prestare ascolto alle prime canzonature sul loro presunto destino di eterni secondi, i rossoneri di Leverkusen puntano sul biancocrinito Klaus Toppmöller, ex fromboliere del Kaiserslautern e ora allenatore che si è messo in luce guidando più che degnamente alcune squadre della classe media tedesca come Bochum e Eintracht di Francoforte.
Rispetto all’anno precedente, la rosa del Leverkusen messa in mano a Toppmöller non è cambiata di molto: l’unica cessione rilevante è quella del difensore croato Robert Kovač, venduto al Bayern Monaco. In compenso, la campagna acquisti porta in dote individualità che diventeranno emblematiche come il portiere (e rigorista, ma ci torneremo) Hans-Jörg Butt, il terzino Zoltán Sebescen e il centrocampista turco Yıldıray Baştürk, che Toppmöller aveva allenato al Bochum. I nuovi arrivati si affiancano a una formazione già promettente, a partire dal nucleo tedesco composto tra gli altri da Jens Nowotny, Carsten Ramelow, Bernd Schneider, Oliver Neuville e il già citato Ulf Kirsten. Ci sono poi alcuni sudamericani che saranno famosi: il terzino argentino Diego Placente, l’allora giovane e promettente difensore brasiliano Lucio, e il suo connazionale Ze Roberto. C’è un giovane Dimitar Berbatov nel ruolo del rincalzo di lusso. Infine, c’è soprattutto un venticinquenne Michael Ballack che tutto sommato si farà notare: a fine stagione sarà il capocannoniere della squadra con 17 gol.

La formazione del Leverkusen che si giocherà la finale di Champions Leage col Real Madrid

La partenza in campionato del Bayer Leverkusen è a dir poco promettente, dato che si presenta alla pausa invernale in testa al campionato con dodici vittorie, tre pareggi e due sole sconfitte. Dietro alle Aspirine resiste il Borussia Dortmund, staccato di un punto. Stessa buona partenza in Coppa di Germania, al secolo DFB Pokal, che a dicembre vede il Leverkusen qualificato ai quarti. Anche la Champions League è foriera di buone notizie. Al tempo, i gironi eliminatori erano due: nel primo, il Leverkusen si qualifica come secondo alle spalle del Barcellona; nel secondo, mette dietro di sé Arsenal e Juventus, qualificandosi dietro al sorprendente Deportivo La Coruna per differenza reti.
Al ritorno in campo dopo la pausa, il campionato tedesco si accende. Iniziano i primi passi falsi, accompagnati da sorpassi e controsorpassi in classifica. Com’è o come non è, alla trentesima giornata la graduatoria dice che la squadra di Toppmöller è ancora in testa con quattro punti di vantaggio sull’arcigno Borussia Dortmund. Siamo ad aprile, e qualche settimana prima il Leverkusen è già riuscito a conquistare la finale di coppa nazionale battendo il Colonia ai supplementari di una angosciosa semifinale.

Poi arriva il 20 aprile e le tessere del domino iniziano a cadere.
La terzultima giornata vede il Leverkusen impegnato in casa contro il Werder Brema, mentre il Dortmund, staccato di cinque punti, incontra un Colonia destinato a retrocedere. A Leverkusen c’è il primo sole primaverile dopo una settimana di pioggia, sembra un buon auspicio e invece il Werder Brema passa in vantaggio con il magiaro Krisztián Lisztes. Poco male, perché ci pensa Ze Roberto a rimettere la partita sui binari dell’equilibrio. E tutti i pezzi del puzzle sembrano tornare al loro posto quando viene fischiato un rigore per il Leverkusen poco prima dell’intervallo. Sul dischetto si presenta il rigorista designato: Hans-Jörg Butt, portiere.

Butt che i rigori non solo li tirava, ma pure li parava.

Grazie al suo ruolo, il portiere-rigorista ha segnato 29 gol in carriera, di cui tre in Champions League, tutti e tre alla Juventus. Il che fa già ridere così. In questa stagione 2001-02, ha segnato nel 3-1 che ha eliminato i bianconeri dalla Champions. Quella contro il Werder Brema, però, non è evidentemente la sua giornata: Butt sbaglia il rigore e si va al riposo sull’uno a uno.
Eppure a inizio ripresa il Borussia Dortmund subisce il gol del pareggio dal Colonia. La notizia arriva a Leverkusen e i rossoneri decidono che la pratica va chiusa: una vittoria significherebbe Meisterschale. Puntuali come la Legge di Murphy, invece del gol-scudetto arrivano in sequenza il 1-2 per il Werder a firma Ailton e il nuovo vantaggio del Borussia. Morale: a due giornate dal termine il Bayer Leverkusen ha solo due punti di vantaggio sulle inseguitrici.

Non c’è molto tempo per piangere sul latte versato, perché le Aspirine sono ancora in gara su tre fronti. Detto della coppa nazionale, infatti, il Leverkusen ha proseguito la sua marcia quasi trionfale anche nel sentiero che porta alla coppa dalle grandi orecchie. Ai quarti ha eliminato il Liverpool: dopo la sconfitta per uno a zero ad Anfield, ha staccato il pass grazie a un perentorio 4-2 nella partita di ritorno dove il gol-qualificazione lo segna Lucio a cinque minuti dalla fine in una incomprensibile sortita offensiva dalla sinistra. La semifinale presenta un’altra inglese, il Manchester United, e questa volta è la regola dei gol in trasferta a regalare la qualificazione: due a due in Inghilterra, uno a uno in Germania e Ballack e soci si guadagnano la prima (e unica) finale di Champions nella storia del Bayer Leverkusen.

Tre giorni dopo l’impresa col Manchester, è di nuovo campionato. I giocatori hanno il fiato sempre più corto, così come corta è sempre stata la rosa della squadra. Reggere fino alla fine tre competizioni è logorante, e inizia a serpeggiare l’idea che dirigenza e allenatore abbiano sottovalutato il problema, trovandosi ora con poche alternative a quei quindici-sedici giocatori già spremuti.

È in questa situazione che il Leverkusen si presenta in casa del pericolante Norimberga. Risultato finale: 1-0 per i padroni di casa che con questi tre punti festeggiano la salvezza matematica. Dalla radio giunge la lugubre notizia della vittoria del Borussia Dortmund (3-4 ad Amburgo), che significa sorpasso. A 90’ dalla fine, il Leverkusen è secondo, un punto sotto i rivali. Il 4 maggio è l’ultima di campionato: la doppietta di Michael Ballack batte l’Hertha Berlino tra le mura amiche, e per 73 gloriosi minuti il Bayer Leverkusen è campione di Germania. Allo scoccare del 74esimo, a Dortmund contro il Werder segna Ewerthon, la versione discount di Marcio Amoroso, uno dei numerosissimi brasiliani che sono transitati per l’Europa a inizio millennio. Basta la rete di questo carneade carioca, e il Meisterschale abbandona Leverkusen per approdare al Westfalen-Stadion.

C’è giusto un settimana per leccarsi le ferite e accantonare la delusione, poi è già tempo di possibile riscatto: l’undici maggio è in programma la finale di coppa di Germania. Che non sarà la Bundesliga, ma è comunque un trofeo e un ottimo viatico per preparare la Partita delle Partite, quella finale di Champions League che si terrà il 15 maggio. Siamo a Berlino e l’avversario è lo Schake 04. Nel primo tempo Berbatov porta in vantaggio i ragazzi di Toppmöller, che però vengono raggiunti quasi subito dal pareggio di Böhme. La ripresa è né più né meno che un incubo: tre gol dello Schalke con Agali, Möller e Sand, poi il 2-4, a dir poco inutile, di Kirsten.

Anche in questo caso, l’ 1-0 è propiziato da un’estemporanea cavalcata di Lucio.

Ma se prima c’era poco tempo per le recriminazioni, adesso di tempo proprio non ce n’è. Occorre volare a Glasgow, sponda Hampden Park, per giocare l’atto finale della competizione per club più importante al mondo. L’avversario è il peggiore possibile, il Real Madrid a inizio epoca Galacticos. Ma tutto sommato, approcciare una partita del genere senza i favori del pronostico può essere un bene: meno pressione addosso, meno paura di sbagliare, meno tensione. Certo, questa cosa della rosa corta è effettivamente un problema, se si pensa che il capitano Nowotny ha saltato la finale di RDB Pokal e salterà pure quella di Champions, e assieme a lui anche il funambolico Ze Roberto è fuori dai giochi per infortunio.

La formazione di quella finale. Quella del Real non la mettiamo per pudore.

Davanti ai cinquantamila di Hampden Park, il Leverkusen un po’ di pressione comunque finisce per sentirla e dopo nove minuti è già sotto. Raul Gonzalez Blanco, che di quel Real Madrid è capitano, detta il passaggio filtrante in area a Roberto Carlos, che sta battendo una rimessa laterale a metà campo.
Ok. Meglio ripeterlo.
Raul Gonzalez Blanco, che di quel Real Madrid sarà poi capitano, detta il passaggio a Roberto Carlos, che sta battendo una rimessa laterale a metà campo.
E siccome Roberto Carlos tirava fortissimo coi piedi ma anche con le mani, il brasiliano lo pesca esattamente dentro l’area: Raul tocca di prima, di sinistro, pianissimo. Butt è preso in contrattempo e neanche ci prova. Uno a zero Madrid.

Nonostante la doccia gelata, il Leverkusen non affonda, anzi replica subito. Approfittando di un Real Madrid che credeva di aver già sistemato la faccenda, trova il pareggio con una zuccata di Lucio su calcio di punizione di Schneider. E’ il quattordicesimo e la partita torna in parità.
Dopo le montagne russe del primo quarto d’ora, il resto del primo tempo sembra scivolare via con il risultato di uno a uno: i tedeschi tengono bene il campo, hanno preso le misure alle merengues e non rinunciano a tessere qualche trama di gioco. Ballack è ovunque, Neuville e Basturk fanno quello che devono (rompere i coglioni) al meglio, e dietro non si rischia più di tanto.

Poi però un berbero pettinato da chierico decide che il quarantacinquesimo è un ottimo minuto per chiudere ogni discorso.

Zinedine Zidane, arcobaleno su prato, Hampden Park, Glasgow 2002.

Dopo una castagna così, come fai a riprenderti?
Eppure il Bayer ci prova per tutto il secondo tempo. Anzi, sfodera la miglior prestazione dell’ultimo mese. Solo che a chiudere letteralmente la porta in faccia ai rossoneri ci pensa un ragazzino semimaggiorenne, subentrato al portiere titolare Cesar, che quella sera si rivela in grado di intercettare qualsiasi oggetto solido si affacci nei pressi dei tre pali. Si chiama Iker Casillas, e da quella sera sarà il titolare inamovibile del Madrid.

Ecco, se in una sera hai assistito al gol più bello e alla prestazione da portiere più efficace della storia della competizione, e in entrambi i casi i diretti interessati erano tuoi avversari, come puoi pensare di uscirne vivo?
Anche questa finale è persa. Tre su tre. In una settimana. Poteva essere triplete, sarà Bayer Neverkusen.

Riprendersi da una mazzata del genere sarà impossibile per il Bayer. La squadra finisce smembrata nel giro di un anno e mezzo; Ballack – che quell’estate farà anche in tempo a perdere una finale dei Mondiali assieme ai compagni Butt, Ramelow, Neuville e Schneider – viene venduto al Bayern Monaco con Ze Roberto. A febbraio 2003, Toppmöller viene esonerato con la squadra in zona retrocessione. Rimangono i rimpianti, il rammarico, e pure la sensazione un po’ perversa di aver comunque stabilito un record: quello della squadra che ha perso più competizioni nel minor lasso di tempo possibile.

Per individuare una débacle simile, bisogna andare indietro di trentacinque anni. A quel tempo, un’altra squadra perse scudetto e Coppa Campioni a pochi giorni di distanza, dopo essere stata eliminata dalla coppa nazionale in semifinale. L’anno era il 1967, la nazione l’Italia, la squadra l’inter di Helenio Herrera.
Ve l’avevamo detto: Hector Cuper non ha inventato niente.

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