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Fino a qui, tutto bene

Il 2020 è cominciato all’insegna di tutte le classifiche possibili e immaginabili rispetto alla decade appena conclusa: le squadre migliori, le partite migliori, i gol migliori, i migliori modi per fare una classifica sulle cose migliori… insomma è stato tutto un guardarsi indietro per redigere graduatorie. E poiché non siamo immuni ai trend topic, abbiamo pensato di stare al gioco pure qui a Falso Nove, ma invece che pigiare il piede sull’acceleratore della nostalgia, ci siamo detti che forse era il caso di un bilancio di mid-term sul campionato di serie A in corso. Ora che il giro di boa dell’andata è stato scavallato, vogliamo vedere cosa ci sta lasciando di buono questa stagione 2019/2020. A stretto giro di posta daremo anche un’occhiata anche alle brutture, perché si sa, il girone d’andata è come il primo quadrimestre: è importante sapere se i voti sono buoni o si è a rischio bocciatura, ma c’è sempre tempo per rimediare perché i conti si fanno a giugno.

1) La difesa dell’Hellas Verona

Avevamo già parlato del centrocampista che non ti aspetti e che è già diventato un oggetto pregiato del mercato estivo. Ma l’efficientissima struttura difensiva degli scaligeri è il risultato di un lavoro incredibile di Juric ed alcune scelte interessanti della dirigenza: linea verde e low-cost. Probabilmente i gialloblu non sono i più belli da vedere giocare, ma si sono dimostrati tra i più solidi e “futuribili”, scatenando le golosità delle big. Difatti, oltre al già citato Amrabat, Rrahmani pare sia durato solo sei mesi alla corte di Juric e sia già prenotato per giugno dal Napoli; Kumbulla, albanese di Peschiera del Garda – nato e cresciuto nell’Hellas – è ormai nell’orbita di top club italiani e non; altre individualità che si sono ben distinte sono il giovane di belle speranze Dawidowicz (che vanta 400’ in Serie A) e quel Koray Gunter già allenato da Juric ai tempi del Genoa. In aggiunta a un redivivo – anche se non più giovanissimo – Faraoni, i ragazzi guidati da Juric hanno reso la difesa dell’Hellas ad oggi una delle più grandi sorprese di tutto il nostro campionato (aspettando l’approdo a sinistra del giovane terzino interista Dimarco per proseguire sulla linea dirigenziale).

I numeri ci raccontano che l’Hellas subisce circa 16 tiri verso la propria porta a partita (15.89), ma solo il 29% di questi va a finire nello specchio della porta difesa da Silvestri: (4.58 di media a partita). Questo rende la difesa dell’Hellas la quinta meno battuta della Serie A (con 1.09 gol su 90’) dietro solo a Juve, Inter e le due romane. Oltretutto il Verona è la sesta squadra con il miglior PPDA (8.74), un dato molto sopra la media del nostro campionato (10.47), la sesta per duelli difensivi (68.15), e la quarta per percentuale di duelli vinti sul totale (59.2) dietro solo ad Atalanta, Lazio e Juve. L’unica squadra meglio piazzata in entrambe le voci è l’Atalanta.

Il tutto per una classifica in cui hanno raccolto 25 punti (1.32 punti a partita) e la decima piazza davanti a squadre ben più blasonate (Milan, Napoli e Fiorentina in primis) e con una partita ancora da disputare. Quello che non sappiamo è se gli scaligeri continueranno così anche durante il girone di ritorno, quello che crediamo fermamente, però, è che Juric si sta dimostrando un allenatore molto più valido di quanto non gli sia stato rinfacciato ai tempi del Genoa. In questo caso il lavoro difensivo proposto del croato sta alla base dei successi di una squadra che segue i dettami del proprio tecnico alla lettera.

Bravi veronesi, continuate così. Se poi la smettiamo con l’abominio dei cori razzisti, ancora meglio. Grazie.

2) Che Joao per gli occhi

Se anche delle prodezze cagliaritane avevamo già disquisito in tempi non sospetti (Link nostro articolo Cagliari) all’inizio di questa cavalcata che vede gli isolani sesti in classifica alla fine del girone di andata, poco si era parlato del vero insospettato eroe di questa stagione dalla campagna acquisti poderosa: Joao Pedro. Perché non abbiamo mai preso – fino in fondo – sul serio i gol di Joao Pedro in questi anni? Perché nessuno, Maran a parte, ci ha davvero creduto? “Rombo di Tuono” in portoghese si potrebbe tradurre con “Trovao estrondoso”, ma se il paragone con Gigi Riva rimane azzardato almeno fino a quando uno Scudetto non tornerà a Ichnusa, non si discute l’impatto sorprendente del brasiliano sulla stagione del Cagliari. Joao Pedro ha siglato fino ad ora, 13 reti in 20 partite (0.6 gol di media). Mai nella sua carriera da calciatore professionista, escluso l’anno cagliaritano in Serie B (in quella stagione furono 13 i gol in 38 partite), il brasiliano era riuscito ad arrivare in doppia cifra. Figurarsi nel sono girone di andata di un campionato. Delle 33 reti segnane complessivamente dai sardi (sesti anche in questa particolare classifica), un terzo sono firmate da Joao. 

Immobile, Cristiano Ronaldo e Lukaku appaiati e poi … Joao Pedro. Il brasiliano risulta essere nella top3 della classifica marcatori della Serie A. Ma cosa rende ancora più brillanti questi numeri? In una parola, l’efficienza.

Joao Pedro non sta neppure tra i primi trenta della classifica per tiri tentati nei 90’. Davanti a lui troviamo, oltre ai migliori marcatori, Balotelli (4.72), Vlahovic (3.72), Chiesa (3.6), Calhanoglu (3.14), Nainggolan (2.93), Traorè (2.85) e Bernardeschi (2.82). Il 10 del Cagliari effettua solo 1.7 tiri verso la porta avversaria in 90’. Di questi, il 42,9% finisce dentro lo specchio. In pratica il brasiliano centra la porta meno di una volta in media a partita (0.7 circa), eppure segna con una regolarità spaventosa (0.6 gol ogni 90’). Di fatto, quasi ogni volta che riesce a trovare lo specchio, segna.

Ecco le zone ricoperte da Joao Pedro e alcuni altri numeri che possono farci capire il peso specifico del brasiliano all’interno dello scacchiere tattico di Maran:

Nonostante il solo assist collezionato in 19 presenze, Joao Pedro colleziona 20.32 passaggi ogni 90’ e li conclude positivamente nell’83.6% dei casi. Tenta quasi due dribbling a partita (1.94) e riesce a chiuderne uno a partita (52.4%). Ma Joao Pedro è utilissimo anche nell’economia difensiva di questo Cagliari: sono infatti 1.8 gli intercetti a partita, molti di più rispetto a calciatori considerati migliori in fase di copertura (Federico Chiesa ne produce solo 1.2 ogni 90’), oppure di terminali offensivi che un incidenza pari o superiore al brasiliano (Immobile 1.15, Muriel 1, Lukaku 1.45). A questo vanno aggiunti più di cinque duelli aerei a partita (5.45) di cui quasi il 40% positivi (38.1%) e 2.4 palle recuperate ogni 90 ( il 61,5% di queste nella metà campo avversaria).

Questi ultimi numeri mostrano la dimensione completa e centrale che sta assumendo Joao Pedro. Ormai il brasiliano è da considerare un attaccante (quasi) top quantomeno in questo momento di forma che non sembra voler finire, almeno fino a quando Pavoletti non rimetterà piede in campo. A quel punto sarà da capire come Maran riuscirà a gestire il proprio parco attaccanti.

3) L’accento svedese

Se parliamo di Svezia subito si bestemmia per l’eliminazione dai Mondiali. Poi si pensa ad Ibra. E siccome questa cosa del suo ritorno è davvero accaduta (link al nostro articolo Zlatan), noi siamo come dei bambini felici di aver ricevuto per Natale il giocattolo preferito. Ma se l’apertura del mercato invernale ci ha regalato la gioia di poter riabbracciare Zlatan, c’è stato un altro trasferimento importante (e che si concretizzerà a giugno) per un giocatore svedese. Stiamo parlando di Dejan Kulusevski.

Dejan e Zlatan. Uno nato a Stoccolma e di origini macedoni, l’altro nato a Malmoe e di origini bosniache-croate. Uno nato nel 2000, l’altro nel 1981. Uno che sarà bianconero a fine stagione e per i prossimi anni. L’altro che lo è stato. Sembra che le similitudini possano non cessare qui ma, insomma, la sensazione è che la Serie A si sia tinta, di nuovo e per qualche anno ancora, di un vivido giallo/azzurro (e non si tratta necessariamente di Ikea).

Se l’esordio di Ibra non è stato particolarmente fortunato (ultimi 40’ in cui non è riuscito a mettere la firma sulla partita terminata 0-0 contro la Sampdoria) il secondo match ha spiegato a tutti, di nuovo e come se ce ne fosse bisogno, chi è davvero.

79 azioni – SETTANTANOVE – di cui il 48% positive, 3 tiri totali e 2 in porta, 1 gol. 5 dribbling tentati e 2 riusciti, 11 duelli aerei di cui 6 vinti, 3 palle intercettate. 31 passaggi tentati e 23 riusciti. Ibra è vivo e da quando c’è lui (in campo oppure in panchina) sono un pareggio e e tre vittorie di fila tra Serie A e Coppa Italia. 9 gol fatti e 2 subiti. Merito di Zlatan? Non solo: ma a noi piace pensare che la sua parte la stia facendo fino in fondo e che senza di lui tutto sarebbe più nero.

E l’altro svedese?

Kulusevski ha fatto vedere grandi cose – tanto da indurre la Juventus a fare un investimento piuttosto oneroso – e alcune lacune, inevitabili vista la giovane età. La produzione offensiva è senza dubbio un aspetto estremamente positivo: lo svedese ha segnato finora 4 gol (0.2 di media ogni 90’), ma ha consegnato 7 assist, con una media di 0.35 a partita (secondo a pari merito con il Pellegrini centrocampista della Roma). Anche la sostenibilità di Kulusevski all’interno della squadra risulta essere un plus: sono solo 1.3 i tiri tentati a partita (e, in questo caso, la porta viene centrata nel 38.5% dei casi). Quinto in classifica generale per numero di dribbling (con 125) ed una media di 6,23 su 90’- di poco inferiore a quella di CR7 – di cui il 48.8% di riusciti. Difensivamente sono 2.64 le palle intercettate per un totale di 3.59 palle recuperate a partita.

Il principale problema? Le palle perse. Sono 11.27 a partita ma, sopratutto, il 31.4% di queste sono perse nella metà campo difensiva. Troppe se consideriamo che il suo compagno di reparto, Gervinho, ne perde poco più della metà (7.64 ogni 90’ e “solo” il 27.9% all’interno della propria metà campo), e lo stesso fanno altri giocatori della stessa tipologia: Chiesa ne perde solo 8.71 (di cui il 20% all’interno della propria metà campo), Callejon 8.53 (con il 23.3%), Boga 9.27 (con il 23.6%).

Sicuramente se c’è un aspetto che dovrà migliorare nel proseguo della stagione – e della carriera – è sicuramente questo, anche se questa prima metà di stagione ha mostrato il giocatore che è (e, forse, quello che potrà divenire).

Su Ibra, almeno noi, non avevamo dubbi.

4) Aggiungi una contender a tavola

La Serie A, negli ultimi, ci ha abituati male. Nessuno, nel corso di questa ultima decade, ha mai dato l’idea di poter battere davvero lo strapotere della Juventus nel corso delle 38 giornate. Neppure il Napoli spumeggiante di Mister Sarri è stato in grado di batterli. Neppure Higuain al top della forma e capocannoniere (con tanto di record di reti segnate in un campionato) era riuscito a interrompere il dominio juventino.

Poi sono arrivati il ritorno di Conte in Italia ed il cambio di panchina in casa bianconera ad accendere la competizione e destabilizzare l’egemonia torinese. Come non bastasse è spuntata una Lazio agguerritissima – grazie soprattutto a bomber Immobile – che dopo aver battuto sonoramente i bianconeri a Roma e Gedda (sempre co i risultato di 3-1), inizia a pensare di poter fare il colpaccio a fine stagione.

Sono le gemellate Inter e Lazio le principali concorrenti al titolo. L’Inter ha lasciato proprio all’ultima giornata del girone d’andata la testa della classifica alla Juve, mentre la Lazio insegue a 6 punti dalla vetta (ma con una partita in meno).

Se Inter e Juve sono impegnate anche sul fronte europeo (Europa League per i nerazzurri, Champions per i bianconeri) è proprio la Lazio che, abbandonate le competizioni europee, potrebbe confermare il detto: “tra i due litiganti il terzo gode”.

Ma cosa ci raccontano i numeri fatti registrare sul campo dalle due inseguitrici? I laziali hanno un ruolino di marcia quasi identico ai campioni d’Italia in carica: 14 vinte, 3 pareggiate e 2 perse (la Juve ha solo una sconfitta in meno) mentre gli interisti hanno perso qualche punto per strada con un pareggio di troppo (all’ultima giornata di andata, e pure alla prima di ritorno).

La Lazio e l’Inter segnano, e segnano tanto. Sono più di due i gol a partita per entrambe: 41 gol totali nel girone d’andata per la Lazio e 40 per l’Inter. Entrambe le compagini si trovano, in questa classifica, davanti alla Juve (con 37).

Anche la difesa milanese e quella romana si trovano prima e seconda (16 gol subiti l’Inter, 17 la Lazio). la Juve segue con 18.

La più grande differenza tra le due? Il PPDA. Se la squadra allenata da Conte fa dell’intensità difensiva e del pressing due delle armi migliori a disposizione, la Lazio invece risulta essere dall’altra parte della barricata. L’inter, infatti, è la quinta miglior squadra per quanto riguarda la pressione che riserva agli avversari – a quota 8.64 dietro solo a Bologna, Torino, Atalanta e Juve – mentre la Lazio risulta quartultima – a quota 12.4, dopo di lei solo Parma, Lecce ed Udinese. 

Gli uomini simbolo? Da una parte Immobile svetta su tutti, capocannoniere con 20 gol e distante “anni luce” da tutti gli altri. Luis Alberto, invece, il miglior assist-man della serie A, in solitaria, con 9 assistenze formano una delle coppie migliori di tutta Europa. Dall’altra parte  c’è un’altra coppia affiatatissima, in questo caso due attaccanti: Lautaro Martinez e Romelu Lukaku. 14 gol il belga, 10 gol l’argentino. 24 gol su 40 sono siglati dalla “LuLa”.

Quanto potrà durare questo stato di forma? Noi ci auguriamo il più possibile così da rendere questo campionato ancora più interessante e combattuto, dopo anni di “noia”.

5) Il culto monoteista di Bergamo

Diciamo “Bergamo” e non solo “Atalanta” perché se la città orobica quest’anno ha messo il suon nome sulla mappa del calcio europeo, il merito è proprio di tutti. Dai calciatori, all’allenatore (bistrattato dal “calcio che conta” a più riprese), ai dirigenti (Sartori, forse il miglior DS italiano?) ed al presidente-calciatore-ex tifoso. Bravi tutti. Champions prima conquistata, poi onorata senza vendite a peso d’oro dei propri gioielli, ma anche acquisti cauti che, in sostanza, hanno trasmesso una sensazione di “possiamo farcela con i nostri perché siamo abbastanza forti”. È un po’ grottesco e sicuramente ironico come l’unica squadra ad essere riuscita a riportare il Meazza, la “Scala del calcio”, agli ottavi di Champions League non sia di Milano. E chissà che non si fermi qui.

Ma se l’Europa è stata un misto di fortuna e paura, il campionato ha raccontato tutt’altra storia. La Dea scende in campo sempre per vincere. E vincere, per i bergamaschi, è sinonimo di segnare un gol in più degli altri. Sempre.

Il secondo terzino sinistro più forte del nostro campionato (non ce ne voglia Gosens, ma Theo sta facendo vedere molto, sopratutto considerando il deserto milanista) è a quota 6 reti. Sempre a quota 6 troviamo il centrocampista più offensivo della Serie A (Papu Gomez, che poi definire solo centrocampista è fargli un torto) ed il vice-capocannoniere dello scorso anno, Duvan Zapata, alle prese con qualche infortunio di troppo. Più in alto, a quota 9, si trova l’attaccante più atipico ma pure più romantico della lega: Josip Ilicic; per primo, ad un gol di distacco – a quota 10 – quel Luis Muriel che si è completamente rilanciato dopo la metà stagione alla Fiorentina dello scorso anno. Nelle prime 20 posizioni della classifica marcatori, sono 5 i giocatori nerazzurri. (EDIT: Sono 10, con il gol del posticipo di lunedì con la SPAL, le reti segnate da Ilicic. La Dea è la seconda – dopo l’Inter – ad inserire due giocatori in doppia cifra in classifica marcatori)

Sono 49 i gol totali segnati dall’Atalanta in questo girone d’andata. Primi con un distacco abbastanza abissale (8 segnature avanti alla Lazio, addirittura 12 in più della capolista Juventus). Mentre i gol subiti sono 26 (10 in più rispetto all’Inter) e l’obiettivo massimo a cui può puntare ora come ora la Dea è il fatidico quarto posto. Sono troppi i 5 pareggi e le 4 sconfitte accumulate in 18 gare, molti dei quali concentrati a inizio stagione. Alcuni passaggi a vuoto come la sconfitta casalinga con la SPAL di lunedì sono forse il vero tallone d’Achille della squadra orobica.

Ma se la classifica è molto buona, anche se non necessariamente ottima, sono altri gli aspetti che ci hanno profondamente colpito degli uomini di Gasperini. Quinta squadra per possesso palla (55.5%) alle spalle di Napoli, Juventus, Sassuolo e Roma. Prima per numero di tiri tentati (17.87 ogni 90’) ed una conversione verso lo specchio della porta minore solo a quella della Lazio (41.2% per i biancocelesti e 40.9 per i bergamaschi). Nessuna altra squadra riesce ad avere una conversione sopra il 40% (la terza, l’Inter, registra un 39.3%). Seconda assoluta per quanto riguarda dribbling ed 1VS1 tentati (31.1 a partita) alle spalle del Torino ed una buona percentuale di positività degli stessi (55.7%) che la vede in settima posizione. Seconda per calci d’angolo conquistati (6.32 ogni 90’) dietro solo alla Roma. La cosa ancora più  particolare sono il numero di calci d’angolo contro: solo 2.96 per partita che li rende, per distacco, i migliori in questo aspetto del gioco.

L’Atalanta, ad oggi, esprime un calcio chiaramente offensivo. Lo dicono i numeri e lo racconta anche questa mappa. Baricentro molto alto, solo tre uomini dietro la linea di centrocampo (i tre difensori centrali), squadra compatta centralmente e pronta a sfruttare i due esterni della difesa a 5 (Gosens #8 ed Hateboer #33, in questo caso) e i due trequartisti che, a seconda della giocata, si inseriscono (Ilicic #72 e Gomez #10) oppure servono la punta (Muriel #91 o Zapata #9). E questo a San Siro, fuori casa, contro una – in quel momento prima in classifica – Inter che ha sofferto ed è stata “salvata” da un Handanovic para-rigori.

[I dati e le statistiche riportati nell’articolo sono tratti dal sito Wyscout.com]

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