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Il mio vicino ToToro

Nel 1988 lo Studio Ghibli (FUN FACT: si pronuncia “gibli”, senza H), studio cinematografico d’animazione giapponese guidato dal genio di Hayao Miyazaki, realizza uno dei film che lo renderanno famoso in tutto il mondo. È una fiaba ecologista, in cui due sorelle trasferitesi dalla città alla campagna assieme al padre, scoprono la natura e la sua magia grazie all’amicizia con un buffo e benevolo troll dal nome Totoro, un incrocio tra un orso, un procione e una talpa. Totoro, nonostante l’aspetto bislacco e i modi goffi, è una creatura potente e in grado di accompagnare le due bambine nel loro percorso di crescita e scoperta.

Anche Walter Mazzarri ha tratti buffi e goffi: come dimenticare il meme dell’orologio, oppure tutte le espressioni facciali tiratissime e cartoonesche, sia che si tratti di festeggiare o di disperarsi, o ancora l’accento verace con cui affronta ogni intervista. E forse anche Mazzarri sperava di poter prendere per mano il suo Torino e accompagnarlo alla scoperta delle zone più alte e incontaminate della classifica di serie A. Lo sperava lui, lo sperava il suo presidente Urbano Cairo, lo sperava buona parte di una città. Ma purtroppo le favole il più delle volte rimangono imprigionate dentro i libri. O gli schermi.

Due, sette, quattro, quattro. No, non è il PIN del nostro bancomat, ma la sequenza dei gol incassati nelle ultime quattro giornate – tra campionato e coppa Italia – dal Torino di Mazzarri. L’ultima, che ha di fatto decretato la fine dell’esperienza del tecnico di San Vincenzo sulla panchina granata, è arrivata allo stadio Via del Mare contro un Lecce terzultimo in classifica, che peraltro non era ancora riuscito a vincere una partita in casa dall’inizio del campionato. Un 4-0 senza diritto di replica. Quattro gol che arrivano appena dopo i sette incassati nel turno precedente dal ciclone atalantino. In mezzo, un tentativo di riscatto finito male con la sconfitta per 4-2 ai supplementari dei quarti di Coppa Italia contro il Milan. La fine dell’avventura di Mazzarri arriva inevitabile, dopo un idillio durato due anni. Arrivato a gennaio 2018, Mazzarri ha toccato il punto più alto alla guida del Torino con la conquista dell’Europa League lo scorso anno – qualificazione ottenuta peraltro grazie all’esclusione del Milan causa fair play finanziario. Poi, un lento ma inesorabile declino, iniziato con l’uscita ai preliminari di Europa League di quest’estate fino alla sconfitta di Lecce. In mezzo, poco da salvare: la vittoria per 2-0 in casa della Roma e quella per 2-3 in casa dell’Atalanta.

Il mercato

I tifosi del Torino non hanno mai contestato troppo ferocemente il proprio allenatore. Il principale colpevole, a loro dire, della situazione odierna dei granata risulta essere il patron Urbano Cairo. Sul mercato, Cairo è stato quantomeno cauto sia in questa sessione invernale (si segnala il solo riscatto di Simone Verdi a 20 milioni) che all’inizio della stagione: nulla più che qualche altro riscatto di prestiti (Zaza, Aina e Djidji). Ci sarebbe pure Laxalt, sempre in prestito, che però nelle ultime ore del 31 gennaio se n’è tornato al Milan. Nulla più. Per una società che si apprestava al salto europeo – anche se non dalla porta principale – è stato, anche a nostro avviso, uno sforzo minore rispetto a quello che ci si poteva aspettare. Certo, si potrebbe replicare che le conferme di Belotti, Izzo, Sirigu, N’Koulou e Baselli siano state i veri colpi del mercato granata, ma oggi questa suona più come una giustificazione che una verità. Per le casse societarie e per il tecnico, forse, sarebbe stato meglio vendere qualche pezzo pregiato per poi acquistare giocatori più funzionali al progetto.

Il mister

Quindi Mazzarri non ha colpe? A nostro avviso, dopo un filotto così tremendo ed una stagione così deludente fin qui, le colpe sono di tutti. Dirigenza, giocatori, staff, allenatore compreso. Tolta una parentesi di 3 partite (vittoria contro il Milan, sconfitta contro il Parma e pareggio contro il Napoli) in cui si è visto un Torino con una difesa a 4, per il resto è stata la difesa a 3 a farla da padrona. Non si può dire che Mazzarri non abbia cercato alternative. Oltre a sperimentare i quattro difensori, si è potuto osservare il canonico 3-5-2 ed anche il 3-4-1-2, alle volte anche due trequartisti alle spalle di un’unica punta. Il risultato, però, è sempre stato al di sotto degli standard dello scorso anno.

Ciò che si può imputare a Mazzarri più di tutto, è stato forse rinunciare troppo presto alla prova dei quattro difensori per dare più equilibrio alla squadra. Prendiamo come esempio la sconfitta contro il Parma, maturata all’87 dopo aver giocato con un uomo in meno dal 25’ del primo tempo. Dopo un inizio shock (gol di Kulusevski dopo un minuto), il Toro pareggia con Ansaldi ma subito dopo rimane in dieci uomini e con un rigore contro. A quel punto è 4-4-1. Sirigu para il rigore e Belotti se ne procura uno che non sbaglia. Cionostante,  a trenta secondi dalla fine del primo tempo, il Toro si fa infilare per vie centrali dall’asse scandinavo Kulusevski – Cornelius. Il secondo tempo è un assalto da parte dei ducali, ma i granata non soffrono più di tanto. Addirittura Izzo impegna Sepe dopo la battuta di un calcio di punizione dalla trequarti sfiorando un vantaggio che avrebbe avuto dell’incredibile. La compagine di Mazzarri si arrende solo a pochi minuti dal 90’, a causa di un gol caotico siglato da Inglese dopo un batti e ribatti.

In questa, così come nelle gare prima e dopo (vittoria col Milan, pareggio col Napoli), il Torino ha dato la sensazione di avere buoni margini di miglioramento, anche grazie a una migliore copertura del campo. Mazzarri ha invece deciso di accantonare questa ipotesi tattica per tornare al suo più consueto 3-5-2. I risultati, a posteriori, non gli hanno dato ragione, e anche se con i se e coi ma la storia bla bla bla, forse sarebbe stato meglio insistere un po’ di più.

 Lo sconforto di Mazzarri dopo il rigore (fallo di mano) procurato da Bremer e relativa espulsione (vs Parma)

La squadra

Il Torino ha tutto sommato una rosa all’altezza. Un mix tra giocatori più esperti (Sirigu, Izzo, N’Koulou, Baselli, Rincon, Belotti, Zaza) e giocatori più giovani (Aina, Bremer, Berenguer, Lukic, Millico, Edera) che rendono la rosa competitiva per una posizione a ridosso o all’interno della zona per le competizioni europee. Con l’avvento della Europa Conference League dalla stagione 2021-2022, conviene farsi trovare preparati. La terza competizione europea farà sì che la bagarre per una buona posizione in classifica sarà ancora più serrata.

Cosa è cambiato tra Torino “europeo” dello scorso anno e i granata da colonna destra della classifica di questo momento, per quanto riguarda i numeri? 

Dal punto di vista offensivo la differenza è minima e la bilancia offensiva pende, di poco, verso la stagione passata: ogni 90’, il Torino di quest’anno segna 1,18 gol. Quello dello scorso anno ne ha segnati 1,37 a partita. Così anche per tutte le altre voci prese in esame, anche se per quanto riguarda i cross ogni 90’ la differenza è quasi impercettibile. Le percentuali, invece, vedono i granata versione 19/20 migliori in tutte le voci offensive analizzate (anche in questo caso, però, le differenze sono esigue).

Il dato più interessante, a nostro avviso, risulta essere l’efficacia con cui il Torino porta a termine i contropiede. Il dato di 35,6% è molto buono in relazione allo scorso anno. Anche per quanto riguarda il confronto col resto della Serie A, per questo dato i granata si trovano davanti a squadre come Udinese, Lecce, Genoa e Brescia. Per la percentuale di tiri nello specchio e per quella dei cross riusciti, la media della lega è inferiore ai numeri che fa registrare il Torino (35,26% la media in Serie A per i tiri e 32,6% la media per i cross). Di conseguenza, il problema non pare essere offensivo. Se analizziamo invece i numeri della squadra a livello difensivo, le differenze saltano subito agli occhi.

Anche solo con le prime due voci analizzate, il divario è talmente grande che non possiamo fare altro che affermare che il problema principale del Torino in questa stagione è la difesa. Anche per quanto riguarda i dati sulle percentuali, quelle dello scorso anno sono migliori rispetto a quelle di questa stagione (tranne i duelli aerei). Va da sé che il divario tra le due annate risulta ancor più importante.

Ecco perché probabilmente è arrivato il momento giusto per cambiare aria. Non c’è nessuna statistica difensiva in cui i granata si salvano, e la prova definitiva è sicuramente data dai diciassette gol incassati nelle ultime quattro partite. Se la media dei tiri subiti in Serie A è 12,8, il Torino è la penultima squadra in classifica (peggio solo il Parma). I duelli difensivi dei granata (71,68), sono in numero maggiore rispetto alla media della lega su 90’ (67,51), ma hanno valori più bassi per quanto riguarda la percentuale di riuscita (57,49% il successo medio nella lega). I duelli aerei riusciti, invece, sono di molto sopra la media della lega per ogni partita (33,94) e in linea con le percentuali di successo medie (47,61%).

Il PPDA è il secondo più basso nella Lega (7,63) ma si è alzato di diversi decimali rispetto allo scorso anno (7,03). La media della Serie A, anche se di poco, ha visto un abbassamento complessivo del PPDA da 10,82 a 10,69.

Un altro aspetto da non sottovalutare nell’analisi statistica della compagine torinese all’interno delle due stagioni (2018/2019 e 2019/2020) è la predisposizione ad offendere e, di conseguenza, alla creazione di gioco. Anche se Mazzarri non è mai stato considerato un allenatore “offensivo” (in una scala da uno a Zeman, si colloca sicuramente più in una zona medio-bassa), il Torino versione 2018/19 aveva un possesso palla del 52,28% con all’attivo 381,26 passaggi ogni 90’ ed una percentuale di riuscita dell’82,7%. Quest’anno, invece, il possesso palla è sceso di quattro punti percentuali (48,67%) i passaggi sono oltre trenta in meno a partita (349,73) e la percentuale di riuscita è scesa di più un punto (81,3%). Per concludere anche questo aspetto statistico, il numero dei passaggi nella trequarti è sceso da 50,82 (con il 72% di riusciti) a 44,32 (con il 68,1% di passaggi positivi).

Gli interpreti – chi sale e chi scende

Per parlare dei calciatori granata, preferiamo partire dal reparto che sembra avere meno colpe, l’attacco.

Belotti: nelle prime 20 partite dello scorso anno, il Gallo aveva messo a referto sette gol e zero assist (numero, questo, che non cambierà più fino a fine stagione) mentre nelle prime 20 gare di quest’anno sono otto le reti e due gli assist. Un miglioramento notevole anche per quanto riguarda le percentuali al tiro: dal 39% (su tre tentativi a partita lo scorso anno) al 45,6% (su 2,93 tiri ogni 90’ quest’anno).

Zaza: l’ex Valencia sta giocando un numero di minuti (835’ alla fine di dicembre) in linea con quelli dello scorso anno (furono 1563’ totali) ma i gol ogni 90 minuti sono quasi raddoppiati (da 0,23 della stagione 18/19 è passato ad uno 0,43 per la stagione 19/20). Gli assist totali, invece, sono ancora a quota zero mentre lo scorso anno riuscì a metterne a referto due. Ad oggi, Zaza si prende meno tiri – 2,37 invece di 2,88 – ma li converte in porta con minore efficacia (50% quest’anno, 54% lo scorso).

Berenguer: ecco chi è nettamente migliorato da un anno all’altro. Lo spagnolo di Pamplona (classe ’95) ha fatto un salto realizzativo non indifferente. Si è scordato totalmente la fase di assistenza – anche per lui nessun assist fino ad ora – ma sono già 5 i gol segnati. 0,47 gol ogni 90’ rispetto allo scorso anno quando viaggiava a 0,11 gol ogni 90’. Il minutaggio, però, quest’anno sembra essere destinato ad aumentare. Lo spagnolo si trova a quasi 900’ giocati e con la quasi interezza del girone di ritorno da giocare (probabilmente da titolare). L’anno scorso chiuse con poco più di 1400’ all’attivo. Il salto più importante, per il giovane attaccante, è stato compiuto nella conversione dei tiri verso lo specchio. É passato dal 33,3% (su 1,16 tentativi) al 60% (su 1,4 tentativi a partita). 

A centrocampo, invece, i due frangiflutti per eccellenza (Rincon e Meitè) ad oggi hanno collezionato queste cifre:

Anche se Rincon, numeri alla mano, è sceso parecchio rispetto allo scorso anno mentre Meitè è rimasto sulla falsa riga, la sensazione è che il rendimento dei due centrocampisti abbia giocato un ruolo fondamentale nel peggioramento difensivo della squadra. Le percentuali dei numeri analizzati, per quanto riguarda i due, risultano essere per la maggior parte differenti in negativo rispetto alla passata stagione, anche se ci sono alcune eccezioni: ad esempio entrambi hanno migliorato la percentuale di riuscita dei duelli aerei, ma abbassato quella dei contrasti riusciti. Ciò significa un minor filtro a centrocampo, che finisce per esporre di più la difesa alle aggressioni centrali degli avversari.

Per quanto riguarda i difensori, invece, i due principali indiziati per un confronto rispetto alla stagione appena passata sono N’Koulou e Izzo, sopratutto per il minutaggio avuto dai due nel 2018/2019 (3454′ il camerunese e 3517′ l’italiano). Peraltro entrambi a inizio stagione e non solo sono sembrati ad un passo dal trasferimento, soprattutto N’Koulou.

Se i numeri di N’Koulou sono paradossalmente migliorati, nonostante i problemi contrattuali, in questa stagione quelli di Izzo, invece, sono drasticamente peggiorati. Le palle recuperate, fiore all’occhiello del difensore campano lo scorso anno, oltre ad essere diminuite di parecchio nel numero si sono abbassate anche per quanto riguarda la zona di campo in cui vengono conquistate. Se prima quasi il 30% (28,9%) venivano catturate nella metà campo offensiva, ora sono meno del 25% (24,8%). Questo sta a significare che Izzo è meno aggressivo in fase di recupero palla, così come tutto il Torino.

Sarebbe incosciente e ingiusto imputare una mezza stagione al di sotto delle aspettative ad un unico giocatore. Sicuramente le colpe sono di molti e certamente in questo momento i maggiori indiziati sono gli elementi che occupano le zone difensive del campo e del gioco. Va da sé però che anche l’atteggiamento in campo dei granata è diverso rispetto alla stagione passata. Si è probabilmente rotto qualcosa in termini di fiducia nei propri mezzi e probabilmente nelle capacità del mister, e dopo questi risultati un cambio della guida tecnica è sembrato oggettivamente inevitabile.

Cosa sarà?

Per sostituire Mazzarri, il presidente Cairo ha puntato su una vecchia e affezionata conoscenza del calcio torinista: Moreno Longo. Classe ’76 nato a Torino, la sua carriera di calciatore si è sviluppata in larga parte con la casacca granata. Smessi i panni del giocatore per quelli del tecnico, Longo tra il 2012 ed il 2016 ha allenato la squadra primavera del Torino portando un Scudetto ed una Supercoppa primavera nella bacheca della società.

Ha allenato il Frosinone nella stagione 2017-2018, terminata con la promozione in A. L’anno successivo ha subìto l’esonero a dicembre, a seguito di 10 sconfitte, 5 pareggi e una sola vittoria. Oggi risulta essere senza contratto e l’esperienza in Serie A non è stata delle migliori (oltre all’esonero ha fatto registrare 2,2 gol subiti ogni 90’ e solo 0,73 gol segnati a partita), ma sicuramente si tratta di un profilo gradito alla piazza e alla società.

Longo è un allenatore che, sopratutto in Serie A, ha utilizzato quasi sempre la difesa a 3 oppure a 5, esattamente come Mazzarri. Ed esattamente come Mazzarri ha optato, a volte, per le due punte assieme supportate da un trequartista oppure due trequartisti a supporto di un’unica punta. In due sole occasioni ha sperimentato il 3-4-3 (pareggiando 3-3 contro l’Empoli e perdendo 1-2 contro il Genoa).

In Serie B, invece, ha utilizzato qualche volta la difesa a 4, senza mai cambiare idea fino in fondo (sono state solo sei le gare in cui il Frosinone ha giocato con un modulo con 4 difensori in linea). Questo vuol dire che da un punto di vista di approccio tattico, le differenze date dal cambio in panchina dovrebbero essere minimali.

Quello che pensiamo possa davvero cambiare è l’atteggiamento della squadra, che oggettivamente sembrava aver perso qualsiasi scintilla di determinazione con le brucianti sconfitte delle ultime partite. Una scossa di questo tipo non solo si era resa necessaria, ma alla fine è stata accettata addirittura dallo stesso Mazzarri, se è vero che il rapporto col Torino si è chiuso non con un esonero ma con una rescissione consensuale. L’altro potenziale cambiamento sta nel maggiore e più continuo utilizzo di qualche giovane, specialmente Edera che già è stato allenato da Longo nelle giovanili, ma anche Millico, che ha mostrato buoni numeri e potrebbe ricevere qualche minuto in più. La squadra granata, in effetti, ha un numero piuttosto alto di giocatori giovani: Bremer, Lyanco, Edera (classe ’97), Aina, Lukic e Parigini (classe ’96), Berenguer classe ’95 e Millico – addirittura – del 2000.

Oltre allo scossone che fisiologicamente si accompagna al cambio di guida tecnica, crediamo che i granata potrebbero pensare seriamente di aprire un ciclo basato sulla valorizzazione dei giovani in rosa, senza necessariamente dover vendere nel breve termine, ma cercando di fare quello che forse sarebbe stato saggio già quest’anno: “buy low and sell high”. Sia per il Torino che per alcuni giocatori che, a questo punto, hanno l’età giusta per provare il grande salto.

Sperando che la prossima favola abbia un lieto fine.

© 2020 FalsoNove

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