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Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Dopo aver passato in rassegna le bellezze che ci ha offerto fino a qui il campionato di Serie A, è ora il momento di dare un’occhiata alle sue brutture. Delusioni, disastri annunciati,  promesse non mantenute: il campionario è vasto e non del tutto sorprendente. Abbiamo deciso di selezionare cinque di questi fallimenti per darvi il meglio del peggio visto finora.

1) La Milano rossonera

Se la sponda nerazzurra di Milano gode per un secondo posto in solitaria e per un mercato ambizioso in ottica primo posto, c’è l’altra sponda di Milano che piange lacrime amare. Il Milan, dopo il cambio alla guida tecnica non sembra ancora aver trovato il giusto ritmo. Il disastro bergamasco pre-natalizio ha gettato lunghe sulla Milano rossonera.

Da quel momento la società ha concentrato tutti gli sforzi mediatici sull’affare Ibrahimovic ed il suo ritorno in rossonero, per un secondo capitolo di 6 mesi con un’opzione per l’anno prossimo. Il girone d’andata si è chiuso con un deprimente zero a zero in casa con la Sampdoria e una vittoria a Cagliari che sapeva di bombola d’ossigeno, per chiudere decentemente una prima parte di stagione che dire “in salita” risulta quasi un eufemismo. Nella vittoria, manco a dirlo, il piede di Ibra. Assente illustre: Suso. Ed è proprio sullo spagnolo e sulla sua a dir poco magra stagione che il livore dei tifosi si è scagliato con forza. Più di Paquetà o Piatek, più di Kessiè o Biglia, è stato lo spagnolo di Cadice il principale imputato della rosa milanista.

E probabilmente non è un caso che Pioli abbia deciso, dopo l’arrivo di Ibra, di non schierare più il mancino. Nell’ultima partita in cui è sceso in campo dal primo all’ultimo minuto (contro la Samp) la squadra non è riuscita a trovare la via del gol. Con il Cagliari, Suso ha guardato tutto il match dalla panchina, da dove ha visto andare in gol sia Leao che Ibrahimovic, ovvero gli attaccanti attualmente titolari. Anche in Coppa Italia – sonoro 3-0 casalingo ai danni della SPAL – la squadra ha funzionato bene senza lo spagnolo. Il quale, a risultato già acquisito, ha finito pure per sbagliare un gol facile, attirando su di sé ulteriori ire dai trentamila di San Siro.

Ma forse sono i numeri a poter sintetizzare in maniera emblematica la grottesca stagione del Milan fino a questo momento. Partiamo dal marcatore migliore della compagine rossonera: Theo Hernandez, professione: terzino sinistro, gol all’attivo: 5 dopo l’ultima volée contro l’Udinese. Del resto, questo Milan ha segnato esattamente un gol a partita (19 gol totali durante il girone di andata), subendone 24. Un po’ poco per una squadra che aveva fissato il quarto posto come obiettivo stagionale.

Anche se il possesso palla è migliore di molte altre squadre (sesta miglior percentuale con 54.2%) e le conclusioni sono pur di poco sopra la media del campionato (13.82 i tiri milanisti, 12.72 la media in Serie A), è la percentuale dei tiri in porta a rivelarsi davvero scadente: quartultima forza del campionato con 32.2%. Peggio dei rossoneri fanno solo Sampdoria, Cagliari e SPAL.

Per quanto riguarda la fase difensiva, il Milan è ben piazzato rispetto ai tiri subiti nei 90’ (sono 11, dietro solo a Roma, Fiorentina, Atalanta, Inter, Juve e Napoli), ma allo stesso tempo si trova terzultimo alla voce “Intercetti” con 37.57 ogni 90’. Nonostante la difesa piuttosto perforata, il PPDA risulta essere il settimo migliore della lega (9.19). Viene spontaneo dunque concludere che il problema principale di questo Milan è stato realizzativo, e non difensivo.

Tant’è che la difficoltà di questa prima metà di campionato non è stata neppure la circolazione del pallone. Il Milan rimane in alto nella classifica del numero di passaggi complessivi (settimi con 435.1 passaggi ogni 90’), dei passaggi filtranti (sesti con 7.45 ogni 90’ ed una precisione del 33.3%), dei passaggi nella trequarti (quarti con 55.6 ed una precisione del 79.5%), e dei passaggi smarcanti (ottavi con 6.23 a partita ed un’accuratezza del 38.3%).

Ma quindi questo Milan come ha giocato? Di certo non bene, e le prestazioni ancor più che i risultati sono lì a dimostarlo, ma neppure così male come la classifica può far pensare. Ad essere piuttosto chiara è la poca duttilità del reparto offensivo e dunque la difficoltà a trovare la porta. Questo è il grave problema del Milan, perché se è plausibile subire più di un gol a partita (1.26 ogni 90’), non è concepibile arrivare a segnare un solo gol a partita (e 2 realizzazioni nelle ultime 4 partite del girone di andata – oltretutto arrivate entrambe all’ultima giornata e con il cambio di modulo e uomini). La sensazione è che davanti si possa fare solo meglio, e che l’Europa sia più vicina di quanto sembri. Ammesso che Santa Zlatan continui a portare doni.

2) Lo “spettacolo” di Marassi

Una cosa è certa: nella Genova calcistica non ci si annoia. Da molti anni, ormai, Genoa e Sampdoria si rendono protagoniste di stagioni che definire altalenanti è eufemistico. Ad anni di risultati perfino sopra le aspettative si accompagnano campionati ai limiti del deprimente. Nel caso dei rossoblu, poi, questa dinamica si è manifestata all’interno della stessa annata, con il presidente Preziosi che costruisce una squadra di ottimo livello per poi smantellarla nel mercato di gennaio, ingolosito dalla possibilità di fare cassa. Dall’altra parte di Marassi, invece, è “er viperetta” Ferrero a tenere banco ormai da anni con la querelle “vendo-non vendo”, riferita alla società. Due presidenti per così dire immaginifici e non senza motivo spesso contestati dalla piazza, che hanno abituato (e sfinito) i propri tifosi a suon di acquisti eclatanti, bidoni conclamati, rischi di bancarotta e chi più ne ha più ne metta. Quest’anno entrambi si sono presi il lusso di esonerare i propri tecnici, ovviamente sbandierati come coloro che avrebbero condotto la squadra a un glorioso ciclo di bel calcio e vittorie. Risultato: Di Francesco alla Samp è durato sette giornate, Andreazzoli al Genoa ha resistito una domenica in più.

Ma se la Sampdoria, con l’approdo di un vecchio lupo di mare come Claudio Ranieri è bastato per uscire dalla zona (molto) calda della classifica, le peripezie genoane non sono finite qui. Preziosi ha voluto scommettere sull’italo-brasiliano Thiago Motta, e non è andata benissimo: 6 punti in 9 partite, un derby perso in casa e l’esonero prima ancora di finire il girone di andata. Piena zona retrocessione e molti più dubbi di quelli che sarebbe giusto aspettarsi.

Molti dubbi anche sul terzo allenatore da chiamare. Tra un punto interrogativo (Lopez), un secco “no grazie” (Ballardini) ed un “le faremo sapere” (Andreazzoli), il presidente Preziosi ha deciso di affidare alle mani di Davide Nicola le sorti del Grifone.

La partenza è stata altalenante: vittoria contro il Sassuolo a Genoa (2-1) e sconfitta rimediata a Verona (sempre per 2-1). Ora attendiamo il prosieguo della stagione per capire se entrambe le compagini genovesi saranno della Serie A anche il prossimo anno, oppure se cambierà qualcosa. Quello che sembra vorrebbero cambiare i tifosi, sono le due presidenze.

Ma in campo le squadre come si sono comportate? La Sampdoria, in attacco, esattamente come il Milan: 1 gol ogni 90’, pur drogato da un sonoro 5-1 rifilato al Brescia all’ultima del girone d’andata. Il Genoa ha segnato solo un gol in più (20 in 19 gare). I gol subiti, invece, sono stati 28 per la Samp mentre 10 in più per il Genoa, esattamente 2 gol ogni 90’.

Il possesso palla Doriano è tra i peggiori (terzultimi con 42.3%) mentre quello genoano è di quasi dieci punti percentuali sopra i rivali cittadini (51.4%). I tiri verso la porta sono pendono dalla parte dei blucerchiati (12.14 contro i 10.74) ma le percentuali di quelli finiti in porta sono a favore del Grifone (33.6% contro 31.8%). I tiri subiti – ipotizzabile anche dal numero di gol nettamente a sfavore dei rossoblu – vedono una Sampdoria a metà classifica (11.3) mentre un Genoa più vicino alla parte bassa (14.02).

Chiudiamo con il PPDA: molto alto quello della Sampdoria (12.2) più basso quello del Genoa (9.91). Più basso è il coefficiente, più la squadra aggredisce il proprio avversario. Non è l’indice definitivo per capire la bontà del pressing ma è sicuramente un buon punto di partenza per farsene un’idea.

Conclusioni? Due piazze che ci avevano abituato abbastanza bene negli ultimi anni stanno cancellando, con questa stagione, ciò che di buono è stato costruito. Lo stanno facendo, nonostante tutto, in due modi completamente diversi in campo (la Sampdoria cerca di tenere meno il possesso facendo giocare l’avversario e colpendo in contropiede, mentre il Genoa cerca di tenere il possesso ed aggredire subito l’avversario, esponendosi però a molti più tiri – e molti più gol – rispetto ai cugini), ma nella stessa maniera sotto l’aspetto della gestione societaria. Tecnici abbandonati per strada dopo una partenza estremamente negativa, poca chiarezza nelle scelte successive se non quella di “salviamoci il prima possibile e poi si vedrà”. Peccato.

3) Il tramonto del ciclo napoletano

Le motivazioni per una rivincita, al Napoli e ad Aurelio De Laurentiis, proprio non mancavano. Dopo l’approdo in bianconero da parte di Higuain (avvenuto nella stagione 2016/2017) i partenopei – ancora di più – hanno messo la Juventus nel mirino e due anni dopo sono arrivati ad un soffio dallo scudetto. Quest’anno la storia si è ripetuta e, forse, la rivalità si è acuita quando la Juve si è portata a casa il simbolo di quel Napoli combattivo e (quasi) perfetto.

All’annuncio di mister Sarri alla guida dei bianconeri, i tifosi azzurri si sono stracciati le vesti. Il simbolo dell’anti-Juve scippato, dopo solo un anno al Chelsea (e la vittoria di una Europa League, per giunta) è parso a tuti uno sgarbo ancor più grande dell’acquisto del Pipita.

A restituire un po’ di giustizia al mondo avrebbe dovuto pensarci Carlo Ancelotti, che dopo un anno di assestamento avrebbe avuto anche la fortuna di essere l’unico non neo-allenatore alla guida di una big. E invece dopo il 17 settembre la stagione del Napoli ha iniziato ad andare in mille pezzi. La vittoria sul Liverpool (ed anche il pareggio successivo) avevano confermato la sensazione che il Napoli sia quella squadra che può battere chiunque ma, sopratutto, perdere da chiunque. Tant’è che è poi riuscita a perdere con il Cagliari e pareggiare con la SPAL. Successivamente, a partire dalla Roma, il Napoli non è più riuscito a portare a casa i tre punti, collezionando una selva di pareggi.

Dopo il pareggio con gli inglesi ed un piede e mezzo agli ottavi di Champions League, si pensava che il rientro in carreggiata sarebbe stato dietro l’angolo. E Invece: sconfitta con il Bologna pareggio con l’Udinese, il tutto mitigato dalla vittoria per 4-0 sul pur modesto Genk. Ancelotti si è dimostrato un uomo più ghiotto di coppa e forse troppo “amico” dei propri calciatori. Com’è, come non è, De Laurentiis, che invece non ha mai fatto segreto di considerare i calciatori nient’altro che dipendenti spesso capricciosi, ha perso la pazienza. Esonero (nonostante la vittoria ed il passaggio del turno), e squadra affidata a quello che si definisce un “figlio calcisitco” di Ancelotti: così è iniziata l’era di Gattuso.

La storia di Gattuso al Napoli è iniziata con una presentazione un po’ sopra le righe – come ci saremmo potuti aspettare – e con la solita posa da sergente di ferro con tanta voglia di imparare e mettere la chiesa al centro del villaggio. In tanti hanno ritenuto che Gattuso potesse essere l’uomo giusto al momento giusto. E invece. Subito una falsa partenza, con la sconfitta casalinga contro il Parma per 1-2, peraltro nei minuti finali. Poi è arrivata un’illusoria vittoria con il Sassuolo, seguita da due sconfitte consecutive (nel mezzo, il brodino della vittoria contro il Perugia in Coppa Italia), e solo un gol segnato. Il girone d’andata si è chiuso con una mestizia che dalle parti di Fuorigrotta non si viveva da tempo.

Gattuso è partito male, e poiché è risaputo che piove sempre sul bagnato, il sorteggio in Champions ha portato in dote il Barcellona. In tutto questo trambusto lo spogliatoio ed alcuni giocatori sembrano in piena involuzione. Lozano – uno degli acquisti più onerosi di sempre del Napoli – è relegato in panchina, Milik ed Insigne trovano la porta con grande fatica: 3 gol per il capitano, 7 per il polacco. Callejon e Mertens, in scadenza e senza troppe speranze di rinnovo contrattuale, sono fermi 5 gol in due. Koulibaly è l’ombra di se stesso e indisponibile dal 5’ minuto di Napoli – Parma (proprio alla prima di Gattuso sulla panchina partenopea).

Gli azzurri hanno chiuso il girone di andata con 24 punti, 28 gol fatti e 26 subiti. Sei vittorie, sei pareggi e sette sconfitte. Una situazione simile a quella del Milan che però vede, al contrario, una difficoltà ad andare a segno meno pronunciata (9 gol in più) ma sicuramente una difficoltà nel contenere gli sfoghi degli avversari.

Sono tanti i tiri tentati di media a partita (16.79, secondi in classifica alle spalle dell’Atalanta) ma è molto bassa la percentuale di conversione (32.6% quintultimi in classifica). Nonostante i pochi tiri in porta subiti (10.86 ogni 90’) la conversione degli avversari è abbastanza elevata (36%) ed i gol subiti sono ormai quasi 1.5 ogni 90’. Il Napoli, sopratutto durante la guida tecnica di Ancelotti, è stata l’unica squadra (assieme alla Juventus) a collezionare più di 500 passaggi a partita (520.38) effettuandone positivamente l’87% degli stessi. Tutto questo, però non è bastato.

La speranza è che la squadra partenopea possa rilanciarsi in Coppa Italia – dove la vittoria contro la Lazio può essere un buon viatico – e magari provare ad andare avanti in Champions League, sorprendendo il Barcellona come fece la Roma nel 2018. Poi, da giugno, sarà presumibilmente restyling se non rivoluzione.

4) La SPAL e la sua (im)potenza offensiva

I ferraresi avevano stupito lo scorso anno. Uno stilosissimo completo a righe biancazzurre, una società virtuosa, un pubblico appassionato, un allenatore interessante ed un attaccante come si deve: Andrea Petagna. Il centravanti proveniente dall’Atlanta era stato decisivo per la salvezza della SPAL con 16 gol lo scorso anno. Dietro, di molto staccato, Jasmin Kurtic con 6 reti. Per concludere Antenucci con 5. Un attacco tutto sommato onesto per una neopromossa che, salva con 42 punti, ha iniziato ad affrontare la stagione 2019/2020 con la tranquillità di una rosa rinforzata e la capacità del suo bomber di provin… ah, no!

Sono appena 6 le reti segnate da Andrea Petagna nel corso delle prime 19 partite, e il problema è che sono il 50% delle segnature totali dei ferraresi: 12 reti totali che vedono la squadra spallina ultima classificata per reti segnate tra tutte quelle delle cinque principali leghe europee. Un brutto primato per la squadra di Semplici che ha il difficile compito di risalire una classifica che al giro di boa li vede in ultima posizione e con le idee abbastanza confuse per quanto riguarda la fase offensiva.

10.66 sono i tiri tentati dalla SPAL ogni 90’. Quelli che finiscono in porta sono solo il 27.4%. Ultimi per distacco ed unici a meno di 30 punti percentuali. La SPAL è ultima in classifica anche per quanto riguarda i tocchi in area (13.35 ogni 90’ con una media in Serie A di più di 17 tocchi a partita). Altri dati. Ultimi per passaggi filtranti (4.17) con una percentuale piuttosto bassa (31.1%). Quintultimi per passaggi tentati nella trequarti (42.61 con una percentuale di riuscita del 68.1%, quintultimi anche in questo aspetto). Ultimi per attacchi in profondità, neppure a dirlo, con 5.7 ogni 90’. Dopo i ferraresi solo Sampdoria e Cagliari stanno sotto i 7, mentre la media della lega è di 9.05 per partita.

Con questi numeri di sicuro non si potrà andare molto lontano. Ovviamente la colpa non è neppure tutta del bomber Petagna. Guardando i numeri si comprende come le frecce offensive nell’arco di Semplici siano davvero poche – e mal congegnate, complici, tra gli altri, gli infortuni capitati a Di Francesco e Mohamed Fares (il primo mancato per quasi tutto il girone di andata, il secondo infortunatosi ad agosto). La sparizione di Kurtic dal campo prima e sul mercato per fare posto al Dabo fiorentino (che mai ha visto il campo quest’anno) è un mossa che lascia con qualche dubbio ma sicuramente più sostanza in mezzo al campo.

Semplici e la dirigenza hanno l’arduo compito di trovare soluzioni anche nel mercato di riparazione, alla ricerca di maggiore solidità difensiva (si parla di un ritorno di Bonifazi) e di almeno un attaccante che possa affiancare Petagna. La cosa buona – per la SPAL – sarà la bagarre nella zona retrocessione. Molte squadre per tre posti. Lo spettacolo, anche per la salvezza, quest’anno non mancherà.

5) Commisso qualche errore?

Nessuno chiedeva i salti mortali all’americano di Italia Rocco Commisso, dopo l’acquisizione dei Viola. Dopo gli ultimi turbolenti anni della gestione Della Valle, i tifosi e la città avevano poche esigenze. Una su tutte, evitare un nuovo caso-Bernardeschi: tutti hanno chiesto al nuovo patron di non cedere il pezzo da novanta Federico Chiesa. Commisso, non senza difficoltà, ha accontentato la piazza, ma la sensazione a posteriori è che l’italo-americano avrebbe forse fatto meglio a seguire i dettami turbocapitalisti del Paese in cui ha è nato, ha vissuto ed ha guadagnato, piuttosto che ascoltare il popolo fiorentino. Visti anche gli attriti e i malumori esternati da Chiesa in persona durante l’anno, e viste le sue prestazioni non esaltanti di quest’anno, la cessione sarebbe stata una scelta complicata da digerire per molti ma avrebbe potuto aiutare la rosa, permettendo di colmare altre lacune che in questa prima parte di stagione si sono fatte sentire.

E poi Montella. L’aeroplanino ormai è diventato un meme. Lui ed il suo sorriso, immancabile anche nei momenti peggiori. Ed il momento peggiore è arrivato dopo un avvio che prometteva “Toni e Furmini” grazie proprio all’amico di quel Toni che al Bayern è stato più delizia che croce: Frank Ribery. 

Il francese è arrivato in Italia a 36 anni suonati, e prima dell’inizio di ottobre si era già portato via una standing ovation da San Siro, dopo un 1-3 pazzesco rifilato ai rossoneri del fu Giampaolo. Poi il francese ha avuto un serio problema fisico (uno dei tanti della sua carriera) ed ha lasciato la sua nuova squadra orfana del suo talento e della sua immutata leadership tecnica. Da lì sono iniziati i guai per la Viola, che senza Ribery e con un Chiesa in preda ai mal di pancia da mercato ha iniziato a inciampare.

Tra novembre e dicembre la Fiorentina ha quasi solo perso. E il sorriso di Montella non sembrava la soluzione migliore al problema dei risultati. Così Commisso ha deciso di cambiare, congedando l’Aeroplanino e salutando l’arrivo di Iachini e del suo cappello, specializzati in squadre da metà classifica. L’intervento sul mercato ha portato in dote un cavallo di ritorno nel nostro campionato come Cutrone, che accanto (o in alternativa?) a Chiesa potrebbe risolvere qualche sterilità offensiva dei viola.

Un pareggio ed un a vittoria sono il bottino delle prime due uscite del “traghettatore” Iachini (ed un colpaccio in casa, in Coppa Italia, battendo 2-1 l’Atalanta). Tra le altre note positive, il centrocampo: la conferma di Pulgar, un ritrovato Benassi e la scoperta Castrovilli.

21 punti in 19 partite sono troppo pochi per una squadra che ha ambizioni europee già a partire dal prossimo anno. 4 in 2 partite, invece, vanno già molto meglio. 23 i gol segnati e 29 quelli subiti. Troppi, oggettivamente, per una squadra che subisce pochissimi tiri ogni 90’. É seconda in questa classifica (alle spalle della Roma) con meno di 10 tiri ogni 90’ (9.96). Le percentuali però, sono abbastanza imbarazzanti: 40.5% sono quelli che arrivano nella porta difesa dal polacco Dragwoski. Sono 13.11 i tiri tentati durante i 90 minuti e solo il 35% di essi va a finire all’interno della porta avversaria.

Per tutto il resto delle voci, invece, i Viola si trovano sempre esattamente nel mezzo. 374 i passaggi tentati per partita (con una percentuale di riuscita dell’83%), un PPDA di 9.98 (media della lega 10.57); i passaggi filtranti sono 7.41 per 90’ (con una conversione pari al 30%), la media della lega – in questo caso – è 6.74 con il 32%. I tocchi in area (18.81) sono un poco più alti della media (17.38) come anche i dribbling e gli 1VS1 (27.05 con il 57.4% su una media della lega di 25.93 ed una percentuale del 54.13%).

Commisso, la dirigenza ed i tifosi ambiscono sicuramente a un cambio di rotta per uscire finalmente dalla medietà di questi ultimi anni e progettare un futuro più rosa che viola. Vedremo se  il vento girerà già nel ritorno, o se bisognerà aspettare la prossima stagione.

 

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