Un affare di famiglia

Gol fantasma e altri orrori dell’inverno milanista duemiladodici


Dopo la prima semifinale di ieri tra Napoli e Inter, il penultimo atto di questa Coppa Italia vede di fronte Milan e Juventus. Se questo scontro da anni non rappresenta più un match clou della Serie A, principalmente a causa della drammatica recessione che ha investito la società rossonera, non smette comunque di riportare ciclicamente alla luce il “What if” più grande dei primi trent’anni di vita dei redattori.

Il calcio come la vita è fatto di sliding doors. Che si tratti di uno sfortunato autogol al torneo interregionale o di un rigore sbagliato per colpa di una zolla maligna nella finale del più grande torneo continentale, ogni grande punto di svolta della nostra storia di tifosi e appassionati si porta dietro una qualche variazione sul tema “cosa sarebbe successo se…”. Gli ultimi trascorsi delle sfide tra Juve e Milan ne forniscono alcuni esempi emblematici.

Il gol di Muntari

In questo senso, se pensiamo alle due squadre impegnate nella semifinale di Coppa Italia 2019/2020, una delle prime immagini che a molti può tornare in mente è il famoso e famigerato “gol di Muntari”.

La stagione era il 2011/2012. La giornata era la numero 25. Il fatidico gol-fantasma se lo ricordano tutti. L’andamento della partita e le due formazioni un po’ meno. La sintesi ampia con il commento Caressa-Bergomi è il miglior modo per immergersi in quei momenti passati da (quasi) un decennio.

Il dramma della Serie B, per i bianconeri, è ormai lontano ormai qualche anno, ciononostante il palmarès è invariato da troppo tempo. Per riportare la Juve agli antichi fasti, alla Continassa decidono di congedare senza troppe remore il buon Luigi Del Neri e di provarci con l’allora emergente ex bandiera bianconera Antonio Conte. A conti fatti, la scelta si rivelerà abbastanza azzeccata. Sul versante del campo, la mossa forse più clamorosa è quella di tesserare lo svincolato Andrea Pirlo, il quale è stato di fatto scaricato dal Milan nell’estate 2011 e vuole dimostrare di avere ancora qualcosina da dire sui campi di serie A. Anche in questo caso, le fiches bianconere si dimostreranno puntate sul colore vincente. 

I rossoneri, dal canto loro, arrivano da un campionato appena vinto e hanno a disposizione una rosa di tutto rispetto (Thiago Silva, Ibrahimovic, Pato, Robinho, El Shaarawy tra gli altri), guidata da quel Massimiliano Allegri che finirà, qualche anno più tardi, proprio alla Juventus del dopo-Conte. E’, ad oggi, l’ultimo Milan vincente della storia recente, e anzi in molti sostengono che con una rosa del genere, la società rossonera avrebbe dovuto raccogliere molto di più rispetto a quanto seminato.

Prima di quel Milan – Juventus (datato il 26 febbraio 2012) i rossoneri sono in testa alla classifica di Serie A, davanti alla Juventus di una sola lunghezza. L’incertezza insomma regna sovrana, ed erano tanti anni che non si vedeva uno scontro al vertice tra le due storiche rivali così tirato. 

Considerato poi che siamo alla fine di febbraio, ossia il momento storicamente più decisivo per le sorti del campionato, l’idea che questo scontro possa divenire il crocevia della stagione per entrambe le squadre è più un dato di fatto che una sensazione. La febbre da big-match diviene “da cavallo” quando la Corte di giustizia federale decide che Ibrahimovic non sarà della partita per via della conferma delle tre giornate di squalifica rimediate un paio di turni prima.

Quello che capita durante la gara l’abbiamo probabilmente visto tutti. Quello che succede subito dopo non è difficile da immaginare, e quello che accadrà fino alla vittoria della Juventus a fine anno è una clamorosa narrativa che vede l’origine della sconfitta rossonera – ma soprattutto la relativa ricerca di un alibi – in quel fatidico gol-fantasma di Muntari non assegnato dalla terna.

Sicuramente le parole di Buffon dell’immediato dopo gara non hanno smussato l’acredine tra le due parti in causa e le polemiche che non hanno cessato di esistere (e probabilmente non cesseranno mai). Ma se la narrativa comune ha voluto reiterare la retorica di una storia completamente modificata a favore della Juventus durante il corso di quella stagione, come già accaduto in altre occasioni, su queste pagine vorremmo raccontarne un’altra, più oscura e a nostro avviso più affascinante, che si basa sui rumors dell’epoca e che va a inserirsi in quella meravigliosa tradizione di pseudo-complottismo pallonaro che tanto indigna e diverte allo stesso tempo tutti gli appassionati nostrani.

Il calciomercato invernale

Qualche settimana prima di quel Milan – Juve così importante per le sorti di tutta la Serie A, esplode una notizia in arrivo da Manchester, sponda City: Carlitos Tevez da Buenos Aires, detto “Apache”, è in vendita. Costo del cartellino: 25 milioni di euro. Cifra tutto sommato abbordabile ora, cifra importante all’epoca. Sopratutto per il mercato invernale, soprattutto perché l’austerity di quel periodo era una necessità (e lo sarà ancor di più negli anni a venire), sopratutto perché Tevez voleva la cessione.

Tre le squadre italiane interessate: l’Inter di Ausilio, la Juve alle prese con la prima stagione con ambizioni da prima della classe, il Milan con l’ad Galliani ad inseguire il sogno Ibra-Tevez.

Ma su chi potevano contare le tre sorelle per i rispettivi fronti offensivi, in quel momento? I nerazzurri annoveravano Forlan, Milito, Zarate, Pazzini e Castaignos. I bianconeri affrontavano la stagione con Vucinic, Quagliarella, Iaquinta, Del Piero, Amauri, Toni, Matri. Il Milan, invece, poteva contare su: Ibrahimovic, Robinho, Pato, Inzaghi, El Shaarawy, Cassano. È forse superfluo dire che, nomi alla mano, il Milan sembrava piuttosto superiore alle concorrenti. Aggiungere un Tevez all’apice della forma a questo parco attaccanti sarebbe stato la ciliegina sulla torta – una ciliegina grossa come un melone – che ogni squadra avrebbe desiderato.

Di sicuro Tevez in vendita era un’occasione che in pochi volevano lasciarsi scappare. Tant’è che Ausilio – si dice – ci provò dall’inizio alla fine del calciomercato invernale: mail e telefonate che non ebbero risposta. La Juve stava alla finestra e controllava in attesa di sviluppi favorevoli, perché in quel momento sarebbe stato troppo complicato economicamente inserire un pezzo da novanta del genere: Tevez, all’epoca, prendeva 8 milioni di euro di stipendio. Una cifra astronomica per il mercato italiano perfino di questi tempi, figuriamoci all’epoca. 

E il Milan? In quel periodo la regola non scritta che vigeva negli ambienti rossoneri in tempi di calciomercato era piuttosto semplice e allo stesso tempo, difficoltosa da aggirare: “se non parte nessuno, non arriva nessuno”. Per molti, questa frase, è stata l’inizio della fine dell’era Berlusconi. Un presidente che fino al 2010 non aveva badato a spese, complice l’arrivo del fair play finanziario, si trova di colpo a fare i conti con il portafoglio ed i bilanci. Il Milan non è più un mezzo di consenso nazional-popolare (anche se l’acquisto di Balotelli di un paio d’anni dopo – formalizzato in tempo di elezioni – può essere considerato l’ultimo colpo di coda del proselitismo berlusconiano a mezzo calcio), ma inizia a diventare un semplice divertimento. O forse solo un impegno. Tant’è che il presidentissimo inizia a delegare ruoli e decisioni ai membri della famiglia (questa finestra tenetela aperta).

Ma chiudiamo per ora la parentesi familiare e torniamo a concentrarci sul calciomercato del gennaio 2012. Tevez ormai ha deciso: niente Inter e niente Juve. Vuole solo i rossoneri. Per questo motivo ha addirittura deciso di abbassarsi lo stipendio da 8 a 5 milioni, solo per poter giocare nel Milan assieme ad Ibrahimovic. I tifosi milanisti, giustamente, gongolano. Il piano sembra di quelli perfetti, anzi, perfettissimi: la volontà del giocatore, la formula dell’operazione (prestito con obbligo di riscatto a 25 milioni), e soprattutto le cene. Immancabili fin dai primi anni 2000, per una tradizione consolidata ad opera del duo Galliani-Braida. In quel gennaio del 2012 le immagini dell’agente di Tevez, (dal nome e cognome piuttosto singolare, Kia Joorabchian) e di Carlitos al tavolo assieme ad un Galliani sorridente sono l’emblema di un ritorno agli antichi fasti, quelli di un Milan offensivo e divertente che potrà provare ad imporsi di nuovo in Champions League grazie al bel giuoco.

Sarebbe tutto fatto, se non fosse per quella stupida regola del “via qualcuno”. Effettivamente, il reparto offensivo del Milan 2011/12 è piuttosto folto. D’altro canto, per uno come Tevez ha tutto sommato senso rinunciare a qualcuno dei presenti. Sì, ma a chi?

Il Papero e gli altri

Pato era arrivato, o meglio, era stato acquistato ancora diciassettenne nell’agosto del 2007. Le regole Fifa impediscono l’arrivo di un minorenne fino a che non abbia compiuto la maggiore età. Fu così che il Milan dovette aspettare fino al gennaio del 2008 (il mercato di riparazione) per poterlo avere, a tutti gli effetti, disponibile. Il 13 gennaio dello stesso anno (dopo un periodo di soli allenamenti a Milanello) esordì così contro il Napoli.

“che partita stiamo vedendo, Fabio?! Bellissimaaaaaa … “ un po’ come la capigliatura del “Pampa” Sosa

In quella vittoria per 5-2 il diciottenne brasiliano fece vedere a tutto il mondo quale fosse il potenziale di cui era dotato. L’anno dopo decise di far vedere al mondo anche quanti guai fisici avesse portato con sé, oltre al talento, direttamente dal Brasile. Gol totali in rossonero: 51 con 117 presenze nel periodo compreso tra il 2008 ed il 2013.

Nel 2011/2012 sono solo 17 le presenze totali con la maglia del Milan, l’anno dopo – solo fino a gennaio – diventano sette e si decide di rispedirlo in Brasile, in prestito al Corinthians. Il matrimonio sportivo si interrompe dopo 5 anni esatti, certamente molto più duraturo del suo matrimonio con Sthefany Brito – attrice brasiliana – durato sette mesi tra il 2009 ed il 2010. Poi si dipana un pellegrinaggio lungo tutta la carriera, alla ricerca del posto giusto: Brasile, Inghilterra (Chlesea), Spagna (Villareal), Cina e, di nuovo, Brasile. Ormai trentenne, Pato milita dal 2019 nel San Paolo: ad oggi 12 partite e 5 gol all’attivo.

Stephan El Shaarawy è il nuovo che avanza, un prodigio del calcio italiano arrivato dal Genoa quando ancora le comproprietà erano consentite. Inzaghi sta per chiudere la carriera. Ibra è – inevitabilmente – intoccabile. Rimangono Cassano e Robinho: giocatori che per età o stipendio sono molto difficile da piazzare per fare cassa. La scelta sarebbe ovvia quanto – forse – crudele. Liberarsi del Papero per arrivare a Tevez.

Il “problema” ed il triste epilogo

Vi ricordate quella finestra aperta lasciata poco fa? Il nome della finestra aperta è quello di Barbara Berlusconi. La figlia del presidente, dopo aver ottenuto un inserimento all’interno della dirigenza rossonera, ha optato per diventare la compagna di un suo dipendente. La love story tra l’avvenente figlia del capo e l’anatroccolo che si sta facendo cigno è sicuramente materiale da fotoromanzo, e altrettanto sicuramente qualcosa che, anche a distanza di più di quindici anni, ha dell’incredibile. Sta di fatto che Barbara Berlusconi e Alexandre Pato nel 2012 sono innamorati e fidanzati.

Nel frattempo il tempo e il calciomercato corrono: siamo ormai al rush finale per quanto riguarda la trattativa con Carlitos. Addirittura Galliani si lascia andare serenamente davanti ai giornalisti: “Ieri e oggi ho messo qualche mattoncino per rafforzare una squadra che credo sia già formidabile. Tevez aveva dei premi enormi col City per Premier e Champions. Non sta giocando, è un grande giocatore e se dovesse far bene da noi andremmo a riscattarlo. Vuole venire da noi, metà dell’accordo è fatto, adesso aspetteremo la risposta del City. Berlusconi mi ha dato l’ok, dimostrando ancora una volta di amare tantissimo i colori rossoneri. Tevez è un giocatore di un valore assoluto.. Spero che il City dica di sì, ho sventato qualche minaccia tra Italia e Europa, non posso dirvi chi… ma siamo in pole position”.

Quando una vecchia volpe come Galliani rilascia questo tipo di dichiarazioni, è chiaro a tutti che non può che essere una trattativa chiusa ed archiviata. Si aspettano solo le visite mediche e quel benestare da parte di tutti per la vendita di Pato al PSG, per più di trenta milioni di euro.  

Infatti è il minorenne più pagato nella storia rossonera, quello che dovrà fare posto all’argentino. A coordinare le operazione il nemico-amico Leonardo, ormai direttore sportivo della squadra della capitale francese, che ha proposto le cifre giuste alla squadra rossonera per ottenere il cartellino di Pato. Cifra che consentirebbe a Galliani di arrivare anche ad un altro acquisto nel mercato di gennaio, oltre all’Apache, per rinforzare ulteriormente la rosa.

Tempo prima Leonardo aveva stilato alcuni report su Kakà, Thiago Silva e anche Pato, quindi la bontà dell’operazione da parte dei vertici del PSG non è in dubbio, proprio perché l’ex centrocampista del Milan conosce bene “il Papero”. Come il dirigente brasiliano ha cercato di fare quest’inverno con Paquetà, così provò a fare anche con Pato. A questo punto tutte i pezzi del puzzle sembrano al posto giusto.

Invece no. Si dice – e ad oggi ancora non sappiamo se sia stato il Papero a chiedere di non essere ceduto – che la coppia (in particolare modo Barbara) abbia portato le proprie rimostranze direttamente a Silvio, senza passare dal via. Alla soffiata di Telelombardia che dichiara: “ha fatto saltare tutto Berlusconi, Barbara non c’entra”, crediamo il giusto. 

Amore di papà, si dice. Un amore che è andato al di là anche della passione per i colori rossoneri. Spiaceva, probabilmente, dover separare i due piccioncini. Spiaceva, ancora di più, trasgredire alla regola autoimposta per evitare le spese folli di un tempo – che già sembrava molto lontano – nonostante lo stesso presidente non abbia perso occasione per sottolineare che non sempre rispettare le leggi sia moralmente giusto.

Ora più che mai, questo sembrava il momento buono per il classico “strappo alla regola”, che sarebbe diventato anche uno strappo netto rispetto alle ambizioni di classifica dei rossoneri e del resto della Serie A. Una mossa da scacco matto. Invece finisce così: Tevez fermo a Manchester per un altro paio di stagioni. E poi sappiamo come andrà a finire.

Il Milan decide di ripiegare su un altro argentino di proprietà del Catania, Maxi Lopez. L’Inter non riesce ad acquistare nessuno per l’attacco durante quella sessione invernale (probabilmente Ausilio ha poi cambiato operatore telefonico). La Juventus, invece, inizia uno sfoltimento che vede Amauri alla Fiorentina (il quale comunque riuscirà a contribuire seppur indirettamente allo scudetto bianconero), Luca Toni all’Al-Nasr, Iaquinta a Cesena ed Immobile in comproprietà al Genoa. In entrata arriva il “colpo Borriello” in prestito dalla Roma.

Poteva essere il calciomercato più decisivo di sempre, non solo per quel campionato, ma anche per quelli a venire. Poteva essere l’acquisto che rilanciava il Milan e che ritardava la risalita della Juve. Poteva essere la stagione che apriva un nuovo ciclo per i rossoneri. Sarà la stagione del “Gol di Muntari”, del primo scudetto di Conte, dell’inizio del tragicomico declino rossonero. 

Il tutto per colpa dell’amor, che move il sole e l’altre stelle. Più “Sliding Doors” di così …

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